venerdì, 20 novembre 2009

«Oramai sposarsi civilmente non conviene più. Certamente non conviene a Bologna ed in Emilia-Romagna. Anche il locale governatore s’è messo a inseguire Zapatero ed ha introdotto, tramite legge finanziaria, qualsiasi convivenza nell’accesso ai servizi. Già chi è sposato a Bologna, tra single veri o presunti e immigrati, non riesce ad entrare in posizione utile in graduatoria nidi. Un bando casa in arrivo per giovani coppie è riservato a qualsiasi convivenza, purché in essere da due anni. Ironico, come minimo. Chi voglia sposarsi sul serio ora o l’abbia fatto solo qualche mese fa – insomma, una vera giovane coppia - non ci entra. Figuriamoci fra un po’ su tutto il resto. A questo andazzo che disfa la società, la Chiesa – provocazione per provocazione - dovrebbe replicare disdicendo il matrimonio concordatario, cioè eliminare gli effetti civili automatici del matrimonio religioso. Chi ci crede e ha fatto il sacramento ne conosce la portata e tutti i vincoli. Agli effetti civili scelga però la formula che meno lo discrimina, perché oggi, da sposato vero, è un discriminato.
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Perché no? Facciamolo.

postato da: quidestveritas alle ore novembre 20, 2009 17:03 | Permalink | commenti
categoria:chiesa
giovedì, 19 novembre 2009
Bla,bla,bla.

La grande stampa, gli intellettuali, la cultura straparla sempre di "Libertà di stampa" messa in pericolo in Italia, poi sono loro per primi che osteggiano la verità, quella scomoda, e ciò che la racconta. Era successo con Katyn [Trailer], ora succede con Popieluszko [Trailer].

Strano che nei giorni in cui si è festeggiata la caduta del muro non si è mai sentito parlare di Comunismo. Popieluszko è un martire del Comunismo ed uno che ha lottato per la libertà del suo popolo. Celebriamo la caduta del muro non con ridicoli dòmini, ma conoscendo storie vere di persone vere.

postato da: quidestveritas alle ore novembre 19, 2009 18:06 | Permalink | commenti (3)
categoria:proiezioni
mercoledì, 18 novembre 2009
Il 16 agosto del 2005  ci trovammo sulla Marmolada, Punta Serauta per la precisione, raggiunta in funivia, ovviamente, dove si possono visitare le grotte e i camminamenti scavati dagli alpini italiani durante la Prima Guerra Mondiale. Percorremmo il sentiero che porta agli avamposti, ai ricoveri, agli osservatori, ai magazzini distanti poche decine di metri. Non c'è bisogno di attrezzatura, sebbene in alcuni punti si percepisca lo strapiombo alla propria destra, si è a circa 3.000 mt s.l.m.. Ad un certo punto scelsi di fermarmi e di non percorrere l'ultimo pezzo più esposto. Avvertii come una sensazione di pericolo, come di non voler sfidare qualcosa. Lasciai che le mie compagne si avventurassero qualche decina di metri più su e attesi il loro ritorno. Il mio limite era stato raggiunto. Non volevo andare oltre. Non avevo difficoltà a riconoscere un misto tra paura, insicurezza e una forza misteriosa che mi teneva giù. Certo, non era la parete nord dell'Eigger, o dell'Everest o del Cervino. Ma fa poi tanta differenza porsi il limite a 1.000 mt, a 3.000 o a 8.000 mt?

«E’ normale vedere il rispetto della vita come un limite alla libertà personale? Ci sarà chi vuole rispondere di sì. Ma provate a pensare alla stessa situazione sulle Alpi. O ad altre situazioni della vita, dalla droga alla velocità, all’uso dell’alcol, dove a volte si invoca la “libertà personale” per giustificare comportamenti discutibili. La storia ha ampiamente dimostrato come l’idealizzazione della libertà assoluta dell’individuo, spinta all’estremo, non porti che alla confusione di valori e a un peggioramento totale delle condizioni collettive.

L’alpinismo sta dunque imboccando una strada di questo genere? Sta tornando brutalmente indietro all’alpinismo eroico dove mettere in gioco la vita è un imperativo e non un’evenienza a cui opporsi con intelligenza e preparazione?»
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postato da: quidestveritas alle ore novembre 18, 2009 18:01 | Permalink | commenti
categoria:taccuino
lunedì, 16 novembre 2009
«I soldati tenevano i minuscoli alberelli nell’incavo della mano. L’aria calda del bunker li aveva riscaldati e coperti di piccole gocce di rugiada, e il profumo della resina invase il sotterraneo scacciandone l’odore di obitorio e di fucina, l’odore della prima linea.
I capelli canuti del vecchio accanto alla stufa sembravano emanare odore di Natale.
Sensibile, Bach percepiva tutta la malinconia e la bellezza di quegli attimi. Uomini che sprezzavano la forza dell’artiglieria pesante russa, uomini crudeli e rozzi stremati dalla fame, dalle pulci e dalla mancanza di munizioni avevano capito tutti, di punto in bianco, di non aver bisogno di bende, pane o tritolo, ma di quei rami d’abete avvolti in inutili ghirlande e con appeso un pugno di caramelle da orfanelli.
I soldati circondarono il vecchio seduto sulla cassa. L’estate prima quell’uomo aveva guidato la divisione di fanteria motorizzata fino al volga. Aveva recitato tutta la vita, quell’uomo, sempre, comunque e dovunque. Non solo di fronte alle truppe schierate o quando conversava con i comandanti. Recitava anche a casa con la moglie o quando andava a spasso ai giardini, recitava con la nuora e il nipotino. Recitava, di notte, lui sdraiato sul letto e i suoi pantaloni da generale appoggiati sulla poltrona accanto. E – com’è ovvio – recitava con i soldati quando chiedeva loro delle madri e si rabbuiava, quando si permetteva qualche battuta sconcia sui loro amori e quando si interessava al contenuto delle loro gamelle e lo assegnava fin troppo compunto. E anche quando chinava il capo austero di fronte alle tombe ancora fresche dei suoi uomini o pronunciava discorsi fin troppo vibranti e paternalistici alle reclute. La sua recitazione non era un proforma, gli veniva da dentro, era dissolta nei suoi pensieri, nella sua persona. Non ne era consapevole, ma scinderla da lui era difficile quanto setacciare il sale dall’acqua di mare. E difatti era entrata con lui anche nel bunker: in come si era aperto il cappotto e si era seduto sulla cassa di fronte alla stufa, nello sguardo placido e triste che aveva rivolto ai soldati facendo loro gli auguri. Non si era mai accorto di recitare. In quel momento, invece, se ne rese conto di colpo e la sua teatralità svanì per sempre, sale solidificato di un’acqua ghiacciata.
L’acqua era diventata dolce. Era l’ora della pietà dell’anziano per chi è stanco e ha fame. In mezzo a quei poveri disgraziati c’era un uomo inerme, debole, vecchio.
Un soldato intonò sottovoce:
O, Tannenbaum, o, Tannenbam,
wie grun sind deine Blatter…
Al coro si unirono un paio di altre voci. L’odore della resina faceva giarare la testa, e le parole di quella canzone infantile erano come le trombe della Giustizia divina:
O, Tannenbaum, o, Tannenbam,
E dal fondo del mare, dalle sue tenebre fredde affiorarono sentimenti dimenticati, smarriti, si liberarono pensieri di cui non si aveva da tempo memoria…
Non davano gioia, né buonumore, no. Ma la loro forza era una forza umana, la più grande che ci sia».
[Vasilij Grossman, Vita e Destino]
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categoria:ritagli
sabato, 14 novembre 2009
«[...] meglio la retorica dell’impegno rispetto all’aria blasé con cui Niccolò Ammaniti, nella medesima trasmissione [Che tempo che fa, ndr], ha dichiarato di essersi messo a lavorare al suo ultimo romanzo, Che la festa cominci, con questo progetto in testa: «Scrivere una cazzata». Missione compiuta. Però che tristezza. L’opinione che la letteratura sia inutile è diffusa fra gli scrittori italiani. Alessandro Piperno l’ha teorizzata anni fa sull’Espresso: «Inutile chiedere troppo all’arte», non ha nessuna funzione sociale, al massimo può servire come surrogato degli psicofarmaci nei momenti di sconforto o essere una via di fuga estetizzante dalla realtà. Su Gomorra dell’amico Saviano disse poi: «Non sono un intenditore di camorra ma dubito che essa si lasci turbare da una cosa inutile e bella come la letteratura». Sandro Veronesi, in una vecchia puntata di Otto e mezzo, fu più stringato e ammise che «un romanzo è solo un romanzo».

Che sia la reazione naturale a decenni di militanza politica obbligatoria come il servizio militare di leva? Può essere. Ma se gli scrittori non credono nella parola, chi altri dovrebbe crederci? E soprattutto: se non ci credono, perché non vanno a lavorare?
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L'impegno lascia spazio al nulla. L'ideale al nichilismo. No, non è strano che proprio questi autori siano tra quelli più celebrati e osannati dalla critica, anch'essa nichilista e che non ha nulla da aggiungere. Non è strano che i romanzi degli autori qui sopra citati siano tra quelli più tradotti per il cinema. Infatti la profondità del cinema italiano è pari a quella di una pozzanghera melmosa. "Scrivere una cazzata": che scintilla, che fuoco che lo muove. È questo che ci attrae? È questo ciò a cui la nostra vita tende? È questo che cerchiamo nella letteratura? Leggere cazzate?
Non so a voi. Ma a me non basta.

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categoria:taccuino
giovedì, 12 novembre 2009

A distanza di 10 anni "Salvate il Soldato Ryan" è un film non superato e difficilmente lo sarà mai. Non perché sia stato il primo a mostrare il vero volto della guerra, o mostrare, fuori dalla retorica de "Il giorno più lungo", cosa sia stato il D-Day, ma per come i soldati siano prima di tutto uomini. Non eroi, non valorosi combattenti pronti a morire per la patria, non macchine da guerra, ma uomini, con le loro storie, i loro affetti, i loro desideri, più volte, per esempio, il ricordo della madre è al centro dei discorsi dei soldati.
Spesso sono uomini forti e altrettanto deboli. La vicinanza con la morte non li fa vivere in modo spregiudicato o in modo codardo, li rende solo più uomini. Vedendolo sembra di leggere una poesia di Ungaretti o un racconto di Eugenio Corti. Storie simili di uomini che di fronte alla brutalità, alla morte, all'odio, non si arrendono: «A volte mi chiedo se sono cambiato tanto, che neanche mia moglie mi riconoscerà nel momento in cui ritornerò da lei», dice il Capitano J. Miller.

Proprio il Capitano è la figura chiave del film. Un uomo normale, di cui nessun soldato sa nulla del suo passato, fino a scommettere da dove provenga e che cosa facesse prima della guerra. In un punto cruciale del film, mentre gli otto uomini scelti da Miller litigano e discutono e si logorano sul significato della loro missione, il Capitano interviene e rivela loro di essere un insegnante di letteratura: «So solo che più uomini uccido e più mi sento lontano da casa». Miller mantiene l'umanità. La responsabilità verso i suoi uomini, le scelte che deve prendere, perfino sacrificare qualche suo uomo per salvare altre centinaia di vite, tutto viene dettato dalla sua umanità, non dalla crudeltà o dall'eroismo. Questa la causa del tremore alla mano che lo colpisce prima dello sbarco. La sua debolezza è la sua forza. 

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categoria:proiezioni
mercoledì, 11 novembre 2009
Mentre si discute ancora della sentenza sul Crocifisso, nelle vie della città cominciano ad apparire le luminarie. Ancora spente, ma già appese. In alcuni centri commerciali è già in vendita "l'indispensabile" per vivere il Natale. Fra poco inizieranno anche gli spot con le melense canzoncine natalizie.
Non siamo disturbati troppo da questo, anche se ne percepiamo in qualche modo l'ipocrisia. Ma è giusto che il Natale arrivi dove il Crocifisso è allontanato. Tutto nasce da lì, da quell'Incarnazione che è già Crocifissione, l'infinito nel finito, la regalità nella povertà, Dio in un poppante. Un poppante "deposto" in una mangiatoia. La persecuzione, la morte intorno ad una Buona Notizia che si espande di bocca in bocca, di pastore in pastore, ma non accolta dal Palazzo del tempo.
Venga il Natale con le sue luci, perché in esso c'è anche il Crocifisso. Ma per ora il Natale non si tocca. Per ora.
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categoria:taccuino
martedì, 10 novembre 2009

La professoressa scrutava l'elenco. Gli occhi scorrevano in su e in giù. Indecisi su quale nome soffermarsi.
Mai vi era stato così tanto silenzio in quella classe.
Tutti temevano di sentire pronunciare il proprio nome. Anche quelli preparati.
I meno studiosi cercavano di utilizzare la propria forza del pensiero per condurre l'insegnante su un nome che non fosse il proprio.
In particolare Valentina, quell'insignificante studentessa della penultima fila, sentiva sempre di più aumentare il sudore delle mani. Il cuore aveva un ritmo da tachicardia. Stringeva la mandibola. E rivolgeva il proprio sguardo al crocifisso posto sopra la cattedra: "Ti prego, non oggi. Ti prometto che mi preparo per la prossima volta, ma non oggi, non oggi, non oggi". Il cuore stava impazzendo.
"Ravanelli".
Valentina sentì un tonfo al cuore. Una vampata di calore salirgli al volto e una voglia di piangere repressa a fatica.
Alzò lo sguardo e chiese tra sé: "Perché?".
Poi si alzò e andò alla lavagna con le gambe tremanti, non sapeva decidere se più per l'interrogazione o per quella grande domanda rimasta delusa.
Fece una figuraccia: l'ennesimo 4 di quell'anno balordo.
Tornata al suo posto guardò fisso il crocifisso. Si sentiva bastonata due volte. Emotivamente pensò di non rivolgersi mai più al crocifisso.
Ma subito si rese conto di non averlo mai guardato in quel modo tanto desideroso di lui. Sì, era delusa, ma sempre più consapevole che la sua richiesta era un po' come quel "Se sei Figlio di Dio, scendi da quella croce".
Invece le era stato riservato un posticino sulla croce accanto a Lui quel giorno e Valentina non avrebbe più smesso di scrutare quel crocifisso e non avrebbe più preteso che il crocifisso mettesse una pezza alla sua pigrizia.

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categoria:taccuino
lunedì, 09 novembre 2009
"Allora il popolo venne a Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un'asta; chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l'asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, rstava in vita".
[Num 21, 7-9]

 
[Tintoretto, Miracolo del serpente di bronzo - Venezia]

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categoria:silenzi
sabato, 07 novembre 2009

"Il «Crocifisso» di William Congdon è il ricettacolo della maledizione, della morte infamante, dell'agonia umana, anzi è la carne, il corpo, epifania di come noi uomini siamo malati di follia, disfatti dal peccato, perduti nell' abisso dei nostri amori mancati e sbagliati, comunque sempre incapaci, impotenti ad avere una pienezza. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Salmo 22,1), ma anche «Dio mio, Dio mio perché ti sei abbandonato e sei precipitato facendoti uno di noi?». E la risposta della fede è semplice, senza spiegazioni possibili: «Per amore!»".
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categoria:silenzi